mercoledì 27 agosto 2008

Il programma di domani

C'erano una volta Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno. In una giornata di fine estate decidono di andare a cena fuori, visto che è da tanto che non si vedono. Tutti si trovano d'accordo tranne Bertoldino che dimostra, come al solito, poca voglia di fare nonostante la sua giovane età nella quale potrebbe spaccare il mondo ma preferisce passare il tempo a dormire con i tappi alle orecchie. Così Bertoldo e Cacasenno decidono di trovarsi ad una certa ora, e pensano bene di andare a casa di Bertoldino a citofonargli, visto che non risponde al telefono. Dopo svariati minuti passati al campanello, i nostri due eroi decidono di andare da qualche parte verso il centro della città e trovare un posto per cenare, vista la tarda ora.
Dopo alcune peripezie poco interessanti, essi si ritrovano in un campo dove c'è un cinema all'aperto e, di fianco, alcuni banchetti evidentemente addobbati per un imminente rinfresco. Così, in questo clima cinematografico, Bertoldo e Cacasenno si appostano nei pressi del banchetto che, appena accese le luci, prendono d'assalto, soprattutto i vassoi con il salame/prosciutto e i bicchieri di prosecco.
Al centro del banchetto, il quale forma un ferro di cavallo, ci sono alcuni personaggi che sembrano essere famosi per il fatto che svariate persone, tra fotografi, giornalisti e cameramen, li circondano riempiendoli di domande. Bertoldo riconosce tra essi un ex-cabarettista TV che oggi scrive nel quotidiano locale e un presunto attore la cui faccia gli ricorda qualcosa ma non il suo nome. Cacasenno, invece, al terzo prosecco decide che è giunto il momento di fare il personaggio e si infiltra al centro del ferro di cavallo per assistere, interessato, ai dibattiti cine-culturali tra il famoso regista e gli astanti partecipanti alla proiezione.
Cacasenno si trova nel bel mezzo della discussione, ascoltata con rinnovato interesse dal primo minuto, quand'ecco che una donna con molti lustri alle spalle, gli si avvicina e chiede:
"Mi scusi, sa per caso il programma di domani?"
Al che Cacasenno risponde con tono pacato e cordiale:
"No, sinceramente il programma di domani sera non lo so..."
Ma viene interrotto dallo scoppio di risate di Bertoldo che, per evitare figure poco profumate, si volta dalla parte opposta. A Cacasenno - che ricordo era già al terzo prosecco in meno di cinque minuti - non resta altro da fare che ridere a sua volta in faccia alla povera malcapitata signora la quale, evidentemente sentitasi presa per i fondelli - anche se non ce n'era il motivo visto che Cacasenno diceva la verità -, abbozza un timido sorriso come per dire "potevi dirlo prima che non lo sapevi invece di prendermi in giro". Il bello è che Cacasenno le aveva detto proprio questo.
"No, non lo so il programma", conclude Cacasenno ammettendo la sconfitta.
Bertoldo è dalla parte opposta del banchetto che se la ride a più non posso, fiero di aver fatto fare a Cacasenno una misera figura da chiodi.
C'est la vie!

lunedì 25 agosto 2008

Fatti

Come al solito, poche cose da dire. Ecco alcuni fatti interessanti:
  • qualche giorno fa sono andato in montagna, come promesso, e il giorno dopo mi sono svegliato alle sette e mezza per andare ad un rifugio a quattro ore di cammino da dove stavo. Ho fatto tutta la camminata in tre ore scarse, fermandomi svariate volte a fotografare. La conseguenza di tutto questo è stata un colossale mal di gambe che mi ha immobilizzato per due giorni;
  • ho passato il mio compleanno in macchina, ma per fortuna ho fatto poca coda. Quindi ho quasi sempre guidato;
  • ho la schiena viola;
  • amo la montagna e ho deciso che l'anno prossimo, dopo essermi comprato l'attrzzatura adatta, farò la ferrata degli Alleghesi, che porta sulla cima del Civetta a quota 3220 metri. L'ultima volta che ho fatto un'impresa degna di nota è stato nel 2000 con il CAI di Venezia, quando siamo saliti sulla cima della Tofana di Dentro per il Formenton (guardate la seconda foto del link: è scattata dalla cima della Tofana di Mezzo, dove ci arriva la funivia che parte da Cortina, e la cima che si vede è quella della Tofana di Dentro. Noi siamo arrivati lassù salendo dalla cresta di sinistra (quella debolmente innevata - ed era innevata anche all'epoca). Poi, una volta in cima, abbiamo mangiato in fretta un panino perché c'erano nuvoloni neri minacciosi. Quindi siamo scesi per la cresta che congiunge le due cime e, a metà (la "selletta" della terza foto), ci siamo sganciati e abbiamo proceduto a scendere sul versante nord, dove c'era un nevaio molto grande e dove ha cominciato a grandinare (e vi assicuro che a 2900 metri in mezzo alle montagne una grandinata non è affatto piacevole) fino a raggiungere di corsa il rifugio Giussani tra la Tofana di Mezzo e la Tofana di Rozes) ed è stata in assoluto una delle più faticose e belle camminate/ferrate che abbia mai fatto.

martedì 19 agosto 2008

Finti Gangsta

So che ve lo aspettavate. So che LO aspettavate. Parlo di un nuovo pezzo. Bello bello, sì, proprio bello. Forse uno dei miei migliori. Ovviamente è un giudizio personalissimo. Spero siate d'accordo con me.
Alcuni dettagli tecnici: ho trovato un loop carino, molto GANGSTA, quindi ci ho aggiunto qualche cosetta e, chiaramente, il testo. Personalmente mi fa morire la vocina nel ritornello: in mancanza di cori femminili ho dovuto farlo io digitalmente.
Come si evince dal titolo, tale brano narra di tutti quelli che vanno in giro vestiti da rapper, pieni di collane, con le braghe tanto larghe che il cavallo tocca per terra, con i cappellini colorati oppure le bandane che potrebbero guidare un cieco da quanto sono sgargianti. Insomma, per tutti quelli che si ritengono maestri del rap solo perché ascoltano l'ultimo successo commerciale pompato dalle radio. Gente che pensa che se ti vesti da rapper, allora sei un rapper. Gente che, nonostante questo, non sa cos'è un loop, un sintetizzatore, un monitor, non ha mai visto un vinile in vita sua e pensa che il vero DJ sia quello che in discoteca mixa i dischi. Sì, insomma, l'avete capito: per tutti i finti gangsta. Perché il rap non è il vestito che porti, la macchina che guidi o il club che frequenti: il rap è stile.
Poi, c'è anche la terza strofa che non riguarda direttamente i finti gansgta: trattasi delle difficoltà che uno incontra nella vita, porte chiuse, porte aperte ma è meglio se stanno chiuse, gente che ti preclude molte possibilità solo perché ha pregiudizi infondati su di te, e a tutte le altre cose che ti impediscono di portare a termine i tuoi progetti. Insomma, è ovvio che dopo tutte queste difficoltà uno cerca distrazioni e svaghi. "Ecco perché io suono così gangsta!" 

Disponibile su MySpace.com.

lunedì 18 agosto 2008

Niente da dichiarare

Mi scuso. Quasi quindici giorni e non mi sono fatto sentire. Pazienza. Comunque tutto ok. Niente di particolare da segnalare: del resto, a metà agosto, cosa volete che segnali?
Sinceramente non so cosa scrivere. Sono a corto di ispirazione.
Ho fatto qualche giretto per il mio Veneto: Feltre, Pedavena (dove c'è una birreria, di fianco alla fabbrica, nella quale servono la Pedavena non pastorizzata, una favola), Valdobbiadene e Colli del Prosecco, Monte Grappa e questi ultimi tre giorni li ho passati in montagna, al fresco. Conto di tornarci domani, al massimo mercoledì. Quindi, come potete bene immaginare, mi sono scatenato con le foto e le migliori sono, al solito, su Flickr
Boh, saluti.

martedì 5 agosto 2008

Changes #2

La strada proseguiva dritta, in leggera discesa; inesorabile portava alle montagne. Il sole era alto in cielo ed il calore generava il tipico effetto di fumo sull'asfalto, dovuto alla differenza di temperatura tra l'aria e l'asfalto, più caldo. Tutt'intorno nient'altro che cespugli di piante rinsecchite e impolverate dalla sabbia alzata dalle auto. Un paesaggio che si ripeteva, infinito, a perdita d'occhio.
La macchina filava veloce e l'aria calda del primo pomeriggio scompigliava i capelli a Julie. Si guardò allo specchietto della tendina parasole e sistemò il ciuffo sulla fronte, controllando anche la coda di cavallo. Non aveva l'aria felice, eppure avrebbe dovuto esserlo.
“Senti, ti puoi fermare per favore?”, chiese.
“E dove vuoi che mi fermi?”, rispose lui seccato.
“Qui.”
“Non posso.”
“Perché?”
“Qui non ci si può fermare. E poi ci siamo appena fermati. Aspettiamo la prossima stazione di servizio.”
Lo odiava quando si comportava così.
“E fra quanto sarebbe?”
Queste domande lo infastidivano. “Trenta miglia.”
“Tanto lo sai, Jim, come andrà a finire questa storia.”
“E come finirà?”, chiese. “Cos'altro mi puoi fare? Eh? Cos'altro?”
“Oh smettila con questi discorsi”, rispose Julie. Stava fissando i cespugli muoversi veloci e cercava di immaginarsi un finale diverso. “Lo sai benissimo come finirà. È finita, Jim.”
“Lo so.”
Jim rispose in tutta franchezza. È vero, lo sapeva benissimo. E più volte, quella mattina, si era chiesto come avesse fatto a complicarsi la vita in quel modo. Aveva cercato di risalire la corrente degli eventi, di riprendere quel filo che da tempo, inavvertitamente, aveva perso.
"Non te l'ho chiesto io di accompagnarmi. Come al solito, hai voluto fare di testa tua."
“È che non mi ci abituo, Julie”, disse. “È difficile. Per te non lo è?”
Certo che lo era. “No”, mentì. “Non è né facile né difficile. E' semplicemente giusto.”
“Giusto? È questo quello che pensi?”, chiese lui.
“Sì. È giusto. Doveva andare così.”
E invece no. Proprio non doveva. Julie stava soffrendo, forse più di Jim. Si era aspettata troppo da uno come lui; si era immaginata una vita diversa, una storia con un finale diverso. Ma i finali non sono mai scritti prima della fine della storia.
“Dovresti proprio fermarti, Jim. Non puoi evitare l'inevitabile.”
“No, è vero. Ma lo posso posticipare.”
“Non servirà a niente. È solo una perdita di tempo. Dai, fermati”, insistette lei.
Li superò una fuoriserie nera che, a tutta velocità, inghiottì in un colpo solo altre due vetture e scomparve davanti ad un lungo camion.
Ci fu un lungo silenzio, rotto solamente dal monotono rumore del motore dell'auto. La strada ora proseguiva leggermente in salita. Sempre dritta. A Jim non piacevano le strade dritte, le trovava monotone e terribilmente noiose. Tuttavia in quella parte del paese era assai raro trovare strade che non fossero lunghi rettilinei, il cui asfalto era abbondantemente coperto da un sottile strato di sabbia. Ce la portava il vento caldo soffiante da ovest. Era così in tutte le stagioni, anche in inverno. L'unica differenza era la temperatura, che d'inverno era notevolmente più bassa che durante il resto dell'anno.
Erano partiti la mattina presto da Phoenix, dove Jim gestiva un piccolo negozio di elettrodomestici assieme al padre. Stava accompagnando Julie dai suoi genitori: non pensava che l'avrebbe rivista ancora, dopo quel giorno. La famiglia di Julie abitava a Henderson, un sobborgo poco a sud di Las Vegas. Erano circa trecento miglia e ci avrebbero impiegato quasi tutta la giornata. Dovevano percorrere la Highway US-93 per un centinaio di miglia, poi imboccare l'Interstate 40 nei pressi di Kingman e riprendere la US-93 che li avrebbe condotti fino a Las Vegas.
Da poco avevano lasciato Kingman dove si erano fermati per un veloce pranzo ad una stazione di servizio dell'I-40. Per tutto il viaggio Jim e Julie non si erano parlati, fino a quel momento.
“Perché ti comporti così?”, chiese Julie.
“Non mi lasci alternativa.”
“Se non fosse stato per te, non saremo dovuti arrivare a questo.”
“Oh, ma davvero?!”, esclamò Jim alzando le mani in aria. “Quindi adesso sarebbe colpa mia?!”
Sì e lo sai benissimo, disse Jim tra sé.
“Ascolta, Jim, ti parlerò con tutta franchezza. Sai cosa penso? Penso che in fin dei conti abbiamo passato dei bei momenti, i più belli di tutta la mia vita. E non lo dico per farti un piacere, lo dico davvero.”
Jim ascoltava senza dire una parola.
“Ci ho riflettuto a lungo in questi giorni”, riprese lei. “E sono arrivata ad una conclusione: noi non ci amavamo. Stavamo bene insieme, certo, ma non era amore quello tra noi. E se...”
“Parla per te”, la interruppe Jim. “Io ti amavo. Io...”
“Smettila”, irruppe Julie. “Non è vero. E' una cosa che ti dici da sempre ma alla fine non è vera. L'amore è un'altra cosa. Ora lo so.”
Jim controllò lo specchietto retrovisore per assicurarsi che non ci fosse nessuno dietro di loro. Mise entrambe le mani sul volante e premette a fondo il pedale del freno. La macchina si arrestò in un attimo nello stridere assordante dei pneumatici sull'asfalto.
Silenzio.
Li superò un camion. Poi un altro, e un altro ancora.
“Scendi. Ora”, disse Jim in tono risoluto guardando la strada. “Prendi la tua roba e scendi.”
“Cosa?”
“Hai capito. Scendi.”
Senza dire una parola, Julie prese le sue due valigie e la borsetta e, con le lacrime agli occhi, aprì lo sportello cigolante.
"E così è finita, eh?", chiese Julie. Ma non era una domanda per Jim. "E così sia. Addio Jim."
Jim non rispose e continuò a fissare la strada. Aspettò che Julie chiudesse lo sportello, poi ingranò la prima e partì facendo stridere le ruote. Fece una pericolosa inversione a “U” e sparì in una nuvola di polvere rossa.
Julie guardò il cartello stradale davanti a sé: Las Vegas 95 miglia.

domenica 3 agosto 2008

Video vecchi ma sempre nuovi

Tra una cosa e l'altra, una foto con una lente e una con un'altra lente, mi sono deciso finalmente dopo un anno e mezzo a fare un video di quei famosi 5 giorni a NYC. So che non ve ne frega niente, però ve lo dico lo stesso. Tanto il blog è il mio, quindi se non vi sta bene potete anche non guardarli, chiaro?
Deheheheheheh...
Comunque, siccome in totale erano 13 minuti abbondanti e YouTube ne supporta al massimo 10, ho dovuto dividerlo in due parti. Eccole.
PS: non ci ho messo molta grazia nel mix della musica, tantomeno nelle transizioni che sono tutte uguali. Fatto con iMovie '08.


Parte I



Parte II

venerdì 1 agosto 2008

EF-S 55-250mm f/4-5.6 IS

Sembra proprio che sia destinato a restare sempre montato sulla mia 350D questo Canon EF-S 55-250mm f/4-5.6 IS. Una potenza di teleobiettivo straordinaria, se si pensa che 250 mm su sensori APS-C equivalgono a 400 mm su sensori 35 mm, quali quelle delle reflex a pellicola. In più, c'è lo stabilizzatore ottico (attivabile e disattivabile) che compensa le micro-vibrazioni e, di conseguenza, consente di ridurre di 4 stop il tempo di posa.

Come potete notare, ci sono due ghiere ruotabili: quella più grande è la regolazione della lunghezza focale, mentre la più piccola in alto è per la messa a fuoco manuale. Inutile dire che quest'ultima è infinitamente migliore di quella del 18-55mm venduto in kit. La qualità costruttiva inoltre è sensibilmente migliore del suddetto obiettivo e, montato sulla macchina a piena estensione focale, fa davvero una bella figura.
Dal momento che è nuovo di pacca, non l'ho ancora testato a dovere e penso che lo farò nei prossimi giorni. Tuttavia ho fatto alcuni scatti di prova che dimostrano l'efficacia dello stabilizzatore a lunghezze come 250 mm.

Questa, ad esempio, è stata scattata a 250mm con tempo 1/320, con stabilizzatore attivato. Dividete 320 per 4 e ottenete 80: scattare con tempo 1/80 a 250mm a mano libera è improponibile (si ricordi la regola che al minimo deve essere tempo di posa = 1/lunghezza focale).
Test più approfonditi verranno pubblicati al più presto nell'apposito blog.