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sabato 14 luglio 2007

Ricordi di Parigi - Last Episode

Siamo vicino al Centre Pompidou, il museo d'arte moderna. E' ora di pranzo e non sappiamo dove andare a mangiare. Siamo io, Gio e Jack, e decidiamo di farci una pizza da Pizza Hut. Si aggiungono alla compagnia la Chiara S., la Nicole e forse qualcun'altra. Ordiniamo l'ordinabile ma prima di metterci sulle pietanze pensiamo bene di fare una capatina in bagno per lavarci le mani. Siamo io e Jack. Il bagno del Pizza Hut è piuttosto grande ma, ahimè, non esce acqua dai rubinetti; ne esce solamente un filo da un rubinetto. Jack è in bagno. Io impreco il giusto e metto le mani sotto quell'unico filo d'acqua. Mi ci vorrà mezza giornata per lavarmi le mani, penso, e la pizza si sarà anche raffreddata nel frattempo, merda. Jack esce e gli spiego la situazione. Lui ci pensa su un po' mentre guarda gli sforzi che sto facendo io.
"Ghesboro" dice.
Riapre la porta del bagno, tira lo sciacquone e mette le mani nel WC, lavandosele. Io lo guardo sbigottito. Lui esce, mi guarda che sto ancora con le mani sotto il rubinetto.
"Ghesboro" dice. E se ne va. Da quel momento lo abbiamo soprannominato "Il Peggiore". Che personaggio. Spero che non ti sia offeso Jack, ma sei davvero un grande.

Altri episodi particolari di Parigi non me ne vengono in mente, a parte quella volta che noi tre si stava in camera da soli e ci viene in mente di chiamare un po' di ragazze per festeggiare. Jack, che è quello più vicino al telefono, chiama e le nostre care compagne ci rispondono qualcosa come "non abbiamo voglia" oppure "vedremo". Io mi incazzo e dico che sono sempre le solite stronze e mi metto le cuffie che mi sparano il cd dei Limp Bizkit appena comperato. Dopo qualche minuto bussano alla porta. Noi, delusi, nel frattempo avevamo spento luci e chiuso a chiave. Quando bussano, diciamo a Jack, che è anche il più vicino alla porta, di sentire chi è. E' buio e non si vede un tubo. Jack inciampa, impreca piuttosto violentemente e dall'altra parte della porta si sentono le risatine delle care compagne. Finalmente Jack riesce ad aprire ed entrano queste. L'atmosfera è abbastanza svaccata, al solito. Noi tre non parliamo, loro non si siedono nemmeno, e dopo poco se ne vanno. Noi imprechiamo e Jack chiude porta e luci, poi dice:
"Ghesboro, adesso stacco anche il telefono, così domani mattina non ci rompono i coglioni", e stacca il telefono. Vi ricordo che il telefono, oltre a servire per chiamare le altre stanze, era la nostra sveglia: dalla reception lo facevano suonare volutamente alle otto della mattina.
"Bella Jack", diciamo. E ci mettiamo a dormire, piuttosto adirati con nessuno in particolare. La mattina, non so a che ora, sentiamo bussare alla porta.
"Jack, senti chi cazzo è" diciamo io e Gio.
"Ghesboro" ci risponde e apre la porta. C'è il prof di italiano.
"Ragazzi, la colazione è pronta. Vi stiamo aspettando. Fate in fretta. Ma perché non avete sentito il telefono?" chiede.
"E' rotto" risponde svogliatamente Jack. "Arriviamo" e chiude a chiave la porta.
"Chi era?" chiedo.
"Zane. Ributtiamoci pure a dormire", ci consiglia.
Quindi ci rimettiamo sotto le coperte. Passa così qualche quarto d'ora di troppo e, nuovamente, sentiamo bussare alla porta. Questa volta però le pacche sono molto violente e una voce fin troppo familiare si fa sentire al di là della porta: è la prof di francese che ci sveglia con i più brutti insulti, partendo da "imbecilli", passando per "irresponsabili" fino ad arrivare a "coglioni". "Ragazzi" dice Jack, "forse è meglio se adesso ci alziamo".
"Ghesboro" rispondiamo io e Gio. Quella sera abbiamo il treno per Mestre.

venerdì 13 luglio 2007

Ricordi di Parigi - Episode 3

Questa mattina dobbiamo andare a visitare il Museo d'Orsay, sulla Rive Gauche della Senna. Quei dannati prof ci fanno fare la strada a piedi pur di non prendere la metro. Un sacco di strada, maledizione. Ma, finalmente, arriviamo. Il Museé d'Orsay è un museo con opere di Dégas, Monet, Manet, Van Gogh e altri artisti alquanto famosi. Un contenuto di altissimo livello insomma. Io non amo molto i musei ma devo ammettere che questo e il Louvre mi hanno colpito molto. Comunque, visto che abbiamo quasi saltato la colazione per arrivare al Museo e che noi tre soliti lo abbiamo già visitato prima di allora, pensiamo bene di cercare il bar e fiondarci a far colazione. Il bar del museo è all'ultimo piano dell'edificio (l'Orsay, prima di diventare museo, era una stazione ferroviaria): c'è una sala con decine di tavolini, il bancone e, in fondo, una porta a vetri conduce sulla terrazza dalla quale si può ammirare in tutta la sua maestosità il Louvre e l'inizio dei Campi Elisi. Prendiamo alcune pastine, caffè e quant'altro e usciamo sulla terrazza. Scatto qualche foto e penso che si sta proprio bene. Trascorriamo più di un'ora lassù e, verso mezzogiorno, decidiamo di tornare al museo per vedere com'è la situazione. Troviamo alcune compagne che commentano alcuni quadri mai visti prima, altre invece ci invitano al piano superiore per vedere i mobili. Mai che una ti invitasse a far qualcos'altro, maledizione. Finalmente i prof ci chiamano a raccolta e, usciti dal museo, ci diamo appuntamento di lì a qualche ora da qualche parte. Con Jack abbiamo in mente di andare a mangiare in uno di quei ristorantini nel quartiere latino. Gio si trova d'accordo, solo che al momento di prendere la metro non lo vediamo più. Lo scorgiamo dall'altra parte del binario che sale su un altro treno. Ma dove va?, ci chiediamo. Che tipo. Così, senza Gio, con Jack andiamo in cerca di un posto per mangiare al Quartiere Latino. I soldi a disposizione sono putroppo pochi, quindi dirottiamo su un buco dove fanno kebab. Al solito Jack ne prende uno senza lattuga ma io, memore di quella volta a Berlino, lo prendo intero. Non ricordo cosa abbiamo fatto quella volta io e Jack.
Altro mezzo pomeriggio libero. Sta volta siamo nei pressi di Montmartre, per la classica visita al Sacro Cuore. Io dico che sarebbe interessante farsi un giro per la Rue du Clichy, nota per i locali a luci rosse. Così possiamo andare a vedere il Moulin Rouge, almeno da fuori. Gli altri si trovano d'accordo così cominciamo la nostra camminata. Dopo qualche passo iniziano a vedersi i Peep Shows, Sexy Shops e quant'altro dedicato al sesso. Gio dice che sente una fame piuttosto fastidiosa e desidera prendersi da mangiare. Noi insistiamo col suggerirgli di aspettare così, finito il giro, pranziamo tutti assieme da qualche parte. Lui, ovviamente, fa di testa sua e prende un kebab con aggiunta di patate fritte. Camminando, un tizio ad un Peep Show attira la nostra attenzione: "italiani! Venite, italiani! Qui tante ragazze francesi per voi! Pochi soldi e tante ragazze!". Noi ringraziamo e continuiamo il nostro giro: sono sempre pronti a fregarti da quelle parti. Jack suggerisce di infilarci in uno dei tanti sexy shop per vedere cosa offre la Francia. Pensiamo che sia una buona idea. Questo negozio, alquanto grande, presenta una collezioni di videocassette pornografiche incredibile, a perdita d'occhio. C'è davvero di tutto, compresi articoli d'abbigliamento, come dire, alquanto inusuali, se avete capito. Quindi usciamo e proseguiamo raggiungendo il famoso Moulin Rouge: sfortunatamente è chiuso, anche perché è mezzogiorno. Scatto qualche foto e giriamo i tacchi. Diavolo, adesso io e Jack abbiamo molta fame. Decidiamo di tornare verso Montmartre e imbucarci in uno di quei ristorantini caratteristici. Quindi via in metro fino a destinazione. Propongo di dirigersi dietro al Sacro Cuore, alla Piazzetta degli Artisti: per raggiungere tale piazzetta, molto bella, bisogna salire su Montmartre o a piedi per le scale oppure prendendo la funicolare. Vista la stanchezza che ci assale andiamo in funicolare, tanto vale l'abbonamento della metro. Incontriamo qualche nostra compagna di classe che salutiamo velocemente perché abbiamo molta fame. Troviamo quello che fa per noi in una trattoria leggermente spostata dalla Piazzetta. La sala ristorante è al primo piano. Ci sediamo e guardiamo il menu: roba da soldi ma per una volta non ci badiamo. Io ordino un pollo con qualche salsa strana che non ricordo e un'insalata, Jack chiede una pasta con il salmone e Gio ordina dell'acqua del rubinetto ("de l'eau plate"). La cameriera, come c'era da aspettarsi, lo guarda storto ma deve obbedire. Così finalmente arrivano le pietanze: io divoro il mio pollo e anche l'insalata, diavolo che fame. Jack tentenna con gli spaghetti al salmone e alla fine dice alla cameriera di portare pure via anche il suo piatto, nonostante fosse ancora quasi pieno.
"Come mai?", chiedo.
"Non mi piace il salmone" mi risponde Jack. Che personaggio.

giovedì 12 luglio 2007

Ricordi di Parigi - Episode 2

La mattina mi sveglio alle sette e mezza tutto anchilosato. Stanno tutti dormendo, Jack, Gio, la Chiara. Non c'è la Anna. Poco male, penso. Io sono ancora con i blu jeans di quando siamo partiti ed esco in corridoio. Trovo una quantità di gente che va e viene dal bagno. "Cosa succede?", chiedo alla prima ragazza che mi passa davanti. Ho ancora gli occhi mezzi chiusi. "Siamo quasi arrivati Marco. Vuoi un'arancia?", mi chiede. "Diavolo no!", rispondo. Dopo alcuni minuti realizzo che sono di nuovo in Francia: le auto che sfrecciano accanto alla ferrovia hanno le targhe gialle e i cartelli sono in una lingua che non è l'italiano. E' francese infatti. Dopo una serie di sfortunati tentativi, riesco a guadagnare il bagno, così mi do' una lavata al viso e ai denti. Incredibile: solitamente i bagni dei treni hanno un odore insopportabile, ma questo no. E' per via delle ragazze che l'hanno occupato fino a quell'ora; con i loro profumi, le creme e quelle altre stronzate, l'hanno profumato. Ed è anche straordinariamente pulito. Siano benedette le ragazze, penso. Tornando in cabina noto che in corridoio c'è qualche pozzanghera di acqua: è la neve che si è sciolta. La professoressa di francese, che ci accompagna assieme a quello di italiano, mi chiede il motivo di quell'acqua. Io confesso di non saperne niente e vado a svegliare quei pelandroni di Gio, Jack e Chiara. "Sveglia, siamo a Parigi". Loro mi mandano a cagare, come al solito. Sono il rompiballe di turno e per questo hanno cominciato a chiamarmi "Nonno": quello che ha sempre sonno e di tutto nello zaino. Diavolo, non si sa mai. Comunque, sulle nove della mattina ci fermiamo alla Gare de Lyon: una volta a terra alzo la testa al cielo e penso "ciao Parigi, sono ritornato". E questo perché quando ero andato durante l'estate (che era la prima volta) mi avevano detto di andare di fronte a Notre Dame che c'è il "punto zero", in pratica da dove cominciano a contare i km delle strade che partono da Parigi. C'è una leggenda che dice che se cammini su quel punto allora ci ritornerai; io ovviamente l'ho fatto e rieccomi qui. Penso che dovrò calpestare di nuovo quel punto durante la nostra breve permanenza nella Capitale. Dopo alcune discussioni sul mezzo di trasporto da scegliere per recarci all'albergo io propongo alla prof di francese di andare in metro: le faccio notare che ci sono solo due cambi da fare. Ci vorrà al massimo mezzora. Lei si trova d'accordo e via tutti in metro. Giunti all'hotel, ci facciamo dare le chiavi della camera. Noi tre siamo i primi ad ottenere la stanza, così corriamo di sopra e ci precipitiamo in bagno per darci una bella lavata. Mentre sono nel bel mezzo della toeletta, qualcuno bussa alla porta: ci sono alcune delle nostre care compagne che ci chiedono se possono usare il nostro bagno perché la loro stanza ancora non è pronta. Diavolo, va bene. Io sono in canottiera e faccio largo alle femmine che occupano la nostra piccola camera con una quantità impressionante di borse e valigie, sicuramente troppe vista la nostra breve permanenza.
Dobbiamo trovarci dopo pranzo all'entrata dell'hotel, ma abbiamo qualche ora a disposizione. Jack, Gio ed io, al solito, decidiamo di andarcene da qualche parte. Così prendiamo la metro e scendiamo all'Opera; percorriamo Rue de la Paix verso Place Vendome e sbuchiamo a fianco del Louvre. Camminiamo fino a Place de la Concorde e cerchiamo un negozio di macchine fotografiche usa e getta perché io ho dimenticato la mia a casa. Trovato quella che fa al caso nostro, ci facciamo una girata per i giardini dei Tuileries, e ci assale una fame piuttosto fastidiosa. Troviamo quello che fa per noi in un paninaro di fronte all'Opera, mentre ripercorriamo la strada precedente in direzione opposta: prendiamo una baguette a testa e ci dirigiamo verso l'hotel, dove ritroviamo la truppa che ci sta aspettando.

martedì 10 luglio 2007

Ricordi di Berlino - Last Episode

Un'altra sera la Nappa ci porta in una che lei definisce "discoteca". Non tutte le ragazze sono d'accordo nel seguirla, così c'è una parte di loro che rimane in ostello e un'altra che segue la Mirna. Naturalmente quando si dice discoteca uno pensa ad un posto abbastanza carino, divanetti, tavolini, arredamento sul moderno, luci, specchi e cose del genere e, ovviamente, ragazze. Molte ragazze. Perciò noi tre accettiamo. Ma quando arriviamo sul posto i buttafuori, prima di farci entrare, vogliono sapere se siamo maggiorenni. Purtroppo solo Jack e forse la Veronica lo sono così loro e le prof garantiscono per noi sbarbati. Insomma, questa "discoteca" non è altro che uno stanzone enorme con le pareti di pietra e le luci senza lampadari. Al posto dei divanetti ci sono le panche da sagra paesana e lo stesso dicasi per i tavoli. La musica he suonano è perlopiù sconosciuta, sarà roba tedesca penso. Per fortuna che c'è il bar. Le prof ci hanno ordinato severamente di bere soltanto una birra, una sola consumazione. Ovviamente tutti sappiamo che nessuno le ascolterà. Quindi, prima che sia troppo tardi, io Gio e Jack andiamo al bancone e ordiniamo tre birre. Credo che fossero Heineken. Alcune delle nostre compagne stanno ballando canzoni sconosciute. Noi siamo seduti su una panca che ci scoliamo tranquilli la nostra birra. Quand'ecco che, finalmente, il DJ mette una canzone conosciuta, anzi, una delle mie preferite, ovvero Praise You, di Fatboy Slim. Tutti in pista: una mano regge la bottiglia e l'altra si eleva nell'aria. Ora va meglio. Che diavolo di discoteche, penso mentre mi agito. La canzone finisce e ritorna la roba sconosciuta di prima, così decido di cercare Gio e Jack. Li trovo al tavolo della Nappa con altri suoi amici. Le ci offre una birra. Le diciamo dell'ammonimento delle prof ma diciamo anche che non ci importa. Lei estrae dalla borsetta una cartina e una busta con dell'erba. "Non ditelo a nessuno", ci dice. Così si rolla la canna ed esce con i suoi amici. Jack sostiene che è stata egoista, ma a me non importa. Io voglio le tipe, diavolo, ma non ce ne sono molte oltre alle nostre care compagne e quelle poche presenti sono anche più grandi di noi. Quindi mi faccio un giretto: passo dalle parti della console a guardare il DJ e cerco di intuire se il disco successivo sia una canzone che conosco. Attendo invano qualche minuto e me ne esco. Il tizio alla porta mi guarda e dice qualcosa che non capisco ma intuisco che vuole vedere il timbro sul dorso della mano. Glielo mostro e mi fa passare. Ora capisco: la "discoteca" è stata ricavata da una fabbrica in disuso e tutt'attorno ad essa ci sono calcinacci e rovine. Per strada trovo la Veronica e la Elena che mi informano del fatto che sono andate a comprare le sigarette o qualcos'altro dall'altra parte della strada. Faccio notare che è abbastanza pericoloso a quell'ora della notte in una città come Berlino per due ragazze girare da sole. Loro rispondono qualcosa svogliatamente e arriva anche Jack. Così parliamo un po' ma il freschetto ci fa rientrare nel locale. La Nappa è sempre al suo tavolo con i suoi amici e ha gli occhi abbastanza rossi, mentre Gio si sta bevendo un'altra birra "sarà la terza", ammette. Alle tre, credo, le prof dicono basta e ce ne torniamo all'ostello.
E' l'ultimo giorno e sta sera dobbiamo fare merdone, diciamo. Nei giorni precedenti abbiamo sparso la voce: vista la nostra posizione strategica all'interno dell'ostello invitiamo tutte le ragazze da noi, per il classico afterhour finale fino al mattino. Tutte si trovano d'accordo. Io, persino, ho comprato in un centro commerciale una nuova coppia di casse: diavolo, la discoteca dell'altro giorno mi fa un baffo. Compriamo anche da mangiare e da bere e diciamo alle ragazze di fare lo stesso perché la notte sarà lunga. La sera, prima di cena, sistemiamo la stanza: stendiamo le coperte inutilizzate per terra, in centro portiamo il materasso del letto vuoto e io collego l'impianto audio. Proviamo con qualche cd: Californication suona bene e lo stesso dicasi per il disco dei Five. Siamo a cavallo: ragazze, cibo, RHCP, bevanda. Tutto l'occorrente per un pigiama-party DOC. Diciamo alle ragazze di presentarsi al nostro cospetto alle undici e mezza. Guardo l'orologio: sono appena le undici e conoscendo le nostre amiche non saranno qui prima di mezzanotte. Quindi decidiamo di farci un pisolino in vista della veglia notturna. Peccato che quando abbiamo aperto gli occhi erano le nove del giorno dopo. Ci svegliamo e c'è la luce ancora accesa, la porta aperta e il lettore cd acceso. Merda, dico. Cazzo, dice Gio. Ghesboro, conferma Jack. E' già ora di tornare a casa.
P.S.: aggiunte nuove foto nelle sezioni "NY" e "Amici & Co".

lunedì 9 luglio 2007

Ricordi di Berlino - Episode 3

L'altro ricordo alquanto vivo riguarda, al solito, noi tre e la Elena. Siamo a cena nella mensa dell'ostello. Noi tre sediamo su un tavolo in fondo a destra, mentre le altre compagne sono disposte su altri tavoli. La disposizione non la ricordo, ma deve essere stata associata con i gruppetti che si stavano formando (e che si erano già formati). Il menu per la cena era abbastanza sopportabile: quella sera c'era una minestra, forse del gulash, ma comunque una roba liquida, tipo zuppa, o minestrone, ma senza pasta, beh avete capito. Gio chiede il pepe e ne mette una quantità spropositata nel piatto. Io dico che secondo me gli fa male ma lui non mi sta a sentire e continua ad aggiungere pepe. Fatto sta che mentre stiamo mangiando questa zuppa, Gio (o forse Jack, non ricordo), dice "oh, non girarti". Io, ovviamente, mi giro: ad una distanza di circa 5 centimetri dal mio naso c'è il sederino adorabile della Elena. Sì, perchè dovete sapere che questa Elena aveva il più bel fondoschiena che si possa immaginare. Veramente una bella ragazza: bionda, bel viso, occhi azzurri, non molto alta. E questo particolare che faceva impazzire noi maschi della IV LA. Ricordo che un giorno, camminando per strada, la prof di inglese le chiese come mai aveva i jeans consumati proprio sulle natiche, voleva sapere se erano fatti così oppure erano davvero consumati. La Elena rispose che, poveretta, lei aveva il "culo sporgente" e le si consumavano sempre i pantaloni. Che disdetta, pensammo noi. Comunque quella sera si era messa a parlare con una sua amica, appoggiandosi con i gomiti sul loro tavolo, proprio di fianco al nostro. Immaginate la posizione per favore. Ecco, quindi potete capire la nostra reazione: ci va per traverso la zuppa bollente e quasi soffochiamo, ma ridiamo, e qualcuno dice alla Elena di alzarsi da quella posizione perché lei, poveretta, non si era accorta. Noi ci diamo una grossa pacca sulla fronte perché, diavolo, è un gran peccato, proprio un gran peccato. In tutti i sensi.

Ora, invece, siamo a Potsdam: stiamo camminando per la strada principale del paese e mangiamo un kebab. A Jack non piace l'insalata così se lo prende solo con la carne. Lo stesso faccio io. Diavolo, è terribilmente piccante. Ricordo che è stato proprio a Berlino ch sono venuto a conoscenza dell'esistenza di questa pietanza e da allora non ho più potuto farne a meno. Comunque l'episodio è un altro. Insomma, stiamo camminando per questa via quando vediamo un'insegna: non so di che negozio di tratti ma l'insegna è piuttosto ingannevole. C'è una gigantesca mano dorata che è rivolta verso l'alto. Sembra quasi che stia dando una grossa palpata al fondoschiena della nostra amica. Così ridiamo e battezziamo quell'insegna come "La Mano Sacra". Lì vicino c'è anche un'altra insegna, a forma di pesce dorato e anche lui è il "Pesce Sacro", per motivi che non ho ben capito.

Un pomeriggio la Mirna chiede alle professoresse se io e Jack possiamo andare con lei. In pratica dovevamo farle da facchini: andare a casa sua, prendere le valigie e portarle da un'altra parte. In particolare da un suo amico che quella sera aveva invitato a cena tutta la classe. Quindi ci separiamo dal resto della banda lasciando il povero Gio in balia delle nostre compagne, se così si può dire. Così andiamo a casa della Nappa, preleviamo le valigie e ci dirigiamo verso la meta della sera. Sto suo amico abita davvero fuori dal centro e ci mettiamo un sacco di tempo per arrivare da lui, tra metro e autobus. Prima di passare a casa della Nappa però siamo andati, io e Jack, a vedere l'enorme Alexander Platz e siamo entrati in un negozio di dischi dove io ho comperato un cd dei Five (sì, lo so, una merda. Ma a quell'epoca andavano forte e io l'ho comperato in vista del festino che avevamo in programma in camera nostra l'ultima sera. Perché le ragazze gradivano i Five. Ma, ahimè, questo farà parte di un altro triste ricordo) mentre Jack un cd degli Slayer. Ricordo che nel booklet c'era un testo composto da qualche frase e alla fine una scritta recitava [noise]. Quindi siamo andati a questa festa da questo tipo. Le nostre care compagne avevano fatto in tempo a passare in ostello e farsi fighe per l'occasione, invece io e Jack siamo sudici ma non ci importa e prendiamo posto ad una tavolata. Mangiamo affamati le pietanze che ci vengono somministrate e beviamo una considerevole quantità di birra e vino. Alla fine della cena Jack, forse un po' alticcio non so, vede la nostra professoressa di tedesco parlare con un altro tizio mai visto prima ed esclama "ciò, trescon che nasse!" [toh, guarda! Una tresca che nasce!] e tutti ridiamo. Poi mi affaccio dentro la casa e trovo il padrone di casa che intrattiene le nostre compagne con qualche strumento, forse una chitarra, e tutti mangiano pasticcini, compresa la prof di inglese che ne ha uno in bocca e due in mano. Gio non so cosa stia facendo e lo cerco. Trovo però Jack, la Elena, la Chiara e la Veronica. Non so come abbia fatto, ma Jack ha in mano una bottiglia da qualche litro di vino e ci sediamo sui gradini che danno sul giardino. Non so come mai ma abbiamo entrambi un umore pessimo e frugando nelle tasche trovo un centesimo di marco che avevo trovato in terra quel pomeriggio. La Nappa mi aveva detto che mi avrebbe portato fortuna. Putroppo non ho notato miglioramenti così, con la bottiglia in una mano e il nichelino nell'altra, getto la moneta gridando qualcosa come "fanculo la fortuna". Jack si trova d'accordo e quindi gli passo la bozza. Gio ancora non si vede. Finisce la festa e torniamo tutti in ostello. Prendiamo un autobus, uno di quelli che fanno il giro notturno, mi accomodo stravaccato sui sedili dietro. Lì vicino si siede anche la Elena e penso che, diavolo, è proprio bella e mi addormento. Mi sveglio che ancora siamo in bus ma siamo quasi arrivati, per fortuna.

martedì 3 luglio 2007

Letture impegnative

Beh, non pensavo che ci fosse così tanta roba da studiare per l'esame di Chicco. E' anche vero che metà degli argomenti li sapevo già, più o meno. Resta comunque il fatto che, ad esempio, i dischi di accrescimento (sottile e spesso) lui a lezione li ha fatti di sfuggita, mentre nel libro (Accretion Power In Astrophysics) ci sono ben due capitoli. E dire che sono "impestati" è dire poco. Quindi sono un po' di sere che mi diletto nella lettura di questi argomenti, talvolta conditi con qualche nozione di processi radiativi e come dessert qualche esercizio di Relatività, così per tenermi in allenamento. Mi piacerebbe farne almeno cinque al giorno, ma ovviamente non sarà così. Vedremo. Inoltre ho rispolverato un testo dell'anno scorso, A First Course In String Theory, e devo ammettere che alcuni capitoli sono effettivamente illuminanti. Ad esempio quello sulle stringhe relativistiche: ci sono dei calcoli impressionanti ma, se ci si fida dei risultati esposti nel libro, ne viene che è una lettura davvero interessante. Infatti proprio qui si parte con una sorta di quantizzazione dello spaziotempo (quello che si chiama "area functional for spacetime surfaces") e si procede con la derivazione dell'equazione del moto per le stringhe. Avrete sicuramente intuito che essa si ricava, al solito, dal principio di minima azione. Tuttavia la Lagrangiana che compare in quell'integrale è maledettamente complicata - compaiono, ad esempio, le coordinate nello spazio dei parametri che servono a parametrizzare lo spazio occupato da una stringa, compare un invariante della metrica in questo spazio, e cose così.
Bene, dopo avervi annoiato con questi discorsetti e notando che questo post fondamentalmente è inutile, vi anticipo che prossimamente stenderò le linee base per la "Rivoluzione del Sesso" ideata da Gio e sottoscritto. Ci si sente gente, vado a mangiare.
PS: siamo già in luglio. Lullio.